La sua cagionevolezza nasceva dalla paura delle terribili impossibilità che vedeva di fronte a sé e dalle inevitabili infinità che la sua vita poteva prendere.
Si accapponava tutto nel venire a conoscenza di sciagure, manifestandosi a lungo andare nelle sue condizioni fisiche in forma di eritemi che prudevano da grattar via.
Era un ragazzo dagli occhi incerti: blu elettrico, celeste come l’azzurro del cielo insomma, grigio slavato, a volte verdi e a volte con esperimenti di marrone intorno alla pupilla. Era forse l’umore o il clima, o il colore occorrente, necessario in una data situazione. I suoi occhi cangiavano, si offuscavano, si illuminavano. Stessa cosa, con gli adattamenti del caso, per le sue erezioni, i suoi orgasmi, le sue defecazioni.
Aveva sofferto sin da bambino di disparate logopatie che si esaltavano nei momenti di imbarazzo e mescolandosi prontamente non erano lì quando le nominava.
La conclusione autoanalitica è che si mimetizzava metabolicamente sotto le pressioni che venivano dall’esterno, e non dalla sua incertezza come credeva all’inizio.
Attualmente non sognava perché assumeva psicofarmaci sotto presidio medico imposto ed era convinto che la sua persona fosse triangolata da maghi neri che lo tenevano intelaiato nel tentativo di assoggettare la sua volontà in un’oscura realtà priva di sogni. Nel letto, l’inerzia indolente delle membra dovuta al controllo mentale, i rari movimenti rallentati come trattenuti morbosamente da un’entità sovrapposta.
Ma quando al mattino ricordava i sogni i suoi occhi irradiavano blu.
Sognò di essere al riparo di fronde con fili d’erba che gli solleticavano i polpacci. Frutti succosi brillavano di colori vivaci davanti alla sua curiosità su piccoli alberi rotondi con luccicante corteccia di fogli di mica. Lontano nella vallata poté udire il fragore gelido della consapevolezza prematura e disincantatrice destarlo. Il frutto che teneva in mano non ancora colto marcì trasmettendogli la realtà del dolore dell’effimero. La putrescenza istantanea fece colare a terra il frutto sciolto dalla sua mano.
Come sarebbe se non ci fosse il tempo, pensò.
Si sentì intirizzito e trascinato via dall’istinto di conservazione.
La realtà soave e crudele di quel frutto decomposto scomparve dalla sua mano e lui si spinse verso il risveglio.
Si trovò rattrappito in posizione fetale che cercava di distendersi lottando contro crampi che lo tenevano. Le entità nere che lo abitavano alla notte erano state annichilite nel panico dall’anima del sogno, a tal punto da stringerlo nella posizione del feto.
La decrittazione del sogno fu piuttosto banale per quanto la sua capacità d’analisi era piuttosto sviluppata. Con l’imposizione dell’istinto l’immagine svelò i dati.
Buttò giù uno schizzo per un progetto di macchina di dislocamento spazio-temporale, su di un vecchio foglio ingiallito. Le indicazioni fattegli sognare da una forma di vita veramente intelligente che aveva tracciato le sue personali onde psichiche e del suo stato r.e.m. in barba alle medicine e alla magia nera. Aveva strappato con dita intorpidite il foglio nella meccanicità post-ipnotica, al risveglio, da un vecchio quaderno scolastico. La mano tremolante, un brivido orgasmico su per la schiena, il freddo per le viscere come dopo aver svuotato velocemente la vescica.
Cercò gli occhiali dopo essersi acceso una sigaretta e si stropicciò gli occhi prima di infilarli: “Ecco fatto. Si parte!”.
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Al tempo, quando cercava di viaggiare con l’aiuto di altri si era ritirato dall’accademia spaziale per l’inettitudine di alcuni professori, dopodiché pensò bene di essere un autodidatta avendo scoperto di avere un talento naturale nello scivolare nel tempo a suo piacimento nei sogni ma senza indirizzo:
“Professore…?”.
“Che c’è Maitland?”.
“Ero in una coltre di luce abbagliante e mi sono trovato a pensare: sono più ampi i confini dello spazio o i confini del tempo?... Anche se sono entrambe infiniti l’uno prevarica sull’altro?”.
Erano le solite domande di un giovane studente di viaggi spazio-temporali.
“Insomma ci si sente più confinati nello spazio o nel tempo?”.
Il solito sacco di domande stagnanti o un salto nella direzione giusta.
“Le risposte sono insuperabili dalle parole. Anche se le risposte sono note muoverti all’interno di esse ti darà la libertà, altresì non pensarci”.
La solita routine dell’uovo e della gallina rimaneggiata.
“Si può veramente viaggiare indietro nel tempo o si salta indietro nel tempo?... Voglio dire… Quando vado indietro nel tempo insomma, sono nel flusso o mi separo da esso per poi rientrarci?”.
“Alle prime domande credevo fosse un leccaculo, ora penso che sia un rompicoglioni… quella è la porta… e non la sbatta”.
Tutte quelle domande erano un preambolo lezioso per tastare il terreno, per modulare la sua lunghezza d’onda su quella del professore. Quello che non gli riuscì di chiedere fu: “Ma abbiamo veramente la conoscenza per buttare giù una griglia spazio-temporale? Se non conosciamo i confini dello spazio e del tempo come possiamo saltare in questi senza finire proiettati, ad essere fortunati, in punti dello spazio profondo senza nome? Dopotutto, tutto si muove in continuazione”.
Si chiese accompagnando la porta se tutto quel gran parlare fosse molto di più di semplice onanismo accademico.
Sono stato educato a pensare che il tempo guarisce tutti i mali, e allora perché, cosa facciamo noi andando controcorrente?! Maitland pensò ricordando la madre bigotta.
Sua madre lo aveva disconosciuto perché lo aveva cresciuto amorevolmente, insegnandogli che il tempo guarisce tutti i mali e che bisognava accettare il suo scorrere, urlandogli contro: “Che stai facendo sperando di scoprire come tornare indietro, perché vai controcorrente?! Ah… se ci fosse ancora tuo padre te le darebbe lui… una bella raddrizzata e meno storie!”.
Suo padre lo aveva spronato verso un’attività redditizia piuttosto che a seguire le proprie inclinazioni.
“Ma andremo anche in… avanti”, disse tremante. E arrivò lo schiaffo.
“Ma mamma… la nostra sarà una missione umanitaria. La nostra macchina del tempo sarà l’ambulanza dei tre tempi. Il nostro è un nobile fine”.
“Lo dicevo io che masturbarsi fa male… se solo tu avessi pensato alle ragazze invece di armeggiare con la fisica quantistica. E poi tutte quelle droghe. Lo vedi da te che ti hanno fatto male… Metti i piedi a terra… per Dio”.
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Per mantenersi agli studi aveva esercitato come dottore in clonazione. Una sciocchezza che lo aveva tenuto occupato solo qualche ora al pomeriggio. Questo dopo aver tentato come autore di romanzi. La sua carriera di scrittore era stata troncata sul nascere dopo aver scritto nell’automatismo medianico:
“L’ossessione che amavo di essere un autore moriva in un grigio sconfinato fatto di vento furioso in gentilezza sparsa che manda luce di vitalità nel caldo cuore di lacrime… un’euforica mattina, luce dell’alba, nuvole fresche, grigiore mattutino che si addolcisce di rosa, immaginavo scene stranamente felici, il mio corpo si riscaldava”.
La sua tipica giornata nello studio ricavato in un deposito di forniture mediche:
I suoi clienti erano tutti incredibilmente reverenti e cordiali, di contro, totalmente irrispettosi verso il destino. E semmai avessero avuto nobiltà d’animo questa non entrava con loro nel suo studio. Un’atmosfera d’intimità non aveva mai attecchito nella sala operatoria ed evitava categoricamente di sedersi sulla poltrona davanti alla sua scrivania che indicava loro. Un’aria fortemente clinica, spezzata, vuota di amor proprio permeava solidamente il tutto.
“Il mio corpo è malato, vede!” si tolse una garza dall’addome e mostrò vecchie piaghe ingiallite da vecchio fumatore accanito. Il corpo aveva avuto un crollo irrimediabile. “Voglio dare corpo al mio futuro, capisce!?”. I suoi occhi fermi e lucidi guardarono dentro di sé implodendo, come potesse richiamare alla memoria con nostalgia i giorni a venire. Maitland riconobbe nel feroce ghigno insolente accennato nervosamente la volontà di succedere prepotentemente alla proprie esperienze e vicissitudini.
Ottenne la sua attenzione e lo fece spostare nella stanza laterale dove venivano svolte le operazioni. Il suo assistente si alzò in piedi e si abbottonò il camice con svogliata deferenza, non prestando vera attenzione. La forza dell’abitudine nei suoi gesti tranquillizzò il paziente che si sdraiò.
Maitland lo guidò fino a fargli rallentare il respiro poi gli premette i pollici prima sul petto poi sul collo. Con una mano che non lo toccò gli diede l’ordine di chiudere gli occhi. Ora suggerì piano: “Siamo uno, ma non la stessa cosa”. Il cliente accennò con la testa di aver capito e ripeté le sue parole.
Una scissione fluida, preceduta da un’onda di pelle d’oca su tutto il corpo spezzò le catene di unione di corpo e mente. I peli canuti gli si rizzarono al passaggio. Maitland guidò con gesti astratti la mente verso il nuovo corpo, approntato dal suo assistente su di una branda sotto un lenzuolo candido, un corpo adulto sulla trentina senza calli, né cicatrici, né smagliature. Penetrò flessuosamente nelle forme rigide del nuovo corpo ospitante che si eccitò al cardiopalma e che ebbe polluzioni asciutte in un castrato raptus libidico. Il corpo intimizzò la mente con incastro perfetto.
Si stiracchiò come ubriaco e si sentiva come dovesse smaltire i postumi di una sbornia: “Ci sono cose che non dovranno più rimanere in sospeso” disse tetramente, e fece crocchiare sinistramente l’osso del collo piegando la testa su di una spalla.
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Una volta incontrò un altro patito del viaggio spazio-temporale, un ex-fannullone con una personalità sobria — senza le tracce deturpanti dell’edonismo e della vanità; non c’era l’invecchiamento della lussuria sulla sua faccia — che col tempo era divenuto molto pratico nei compiti giornalieri ma non ossessionato dall’ordine come si sarebbe creduto che lo mise a parte dei suoi investimenti per ottenere, in una sacca temporale, unità di tempo per operare viaggi nel tempo.
“Risparmio tempo da molto tempo ed è così che mi trovo ad avere a disposizione tempo utile per viaggiare nel tempo”, gli disse.
Se Maitland aveva inteso bene, questo ragazzo aveva capito che se voleva viaggiare nel tempo per prima cosa non doveva essere un perditempo.
Gli raccontò che ben presto la sua efficienza si tramutò in iperattività e cominciò a diventare teso e questa sua tensione, notò Maitland, era così tangibile che riusciva a trasmetterla.
Mantenne a lungo questo ritmo senza che fosse spezzato. Neppure rompere le regole che si era imposto provocarono un rilascio, non c’era deus ex machina che reggesse ad intervenire efficacemente, così forse stava procedendo correttamente.
Emanava una durezza contrita come la continua e dolorosa erezione del priapismo. Poteva sembrare un carcerato forte abbastanza da difendere la sua eterosessualità e ugualmente forte da evitare la masturbazione, ritrovandosi con i testicoli pieni da far male, aspettando di rompere le sbarre nel momento giusto per veicolare tutte quelle energie nel viaggio.
Anche se con l’aiuto di un apparecchio che lo lanciasse aveva capito che le vere energie necessarie per il viaggio dovevano essere prodotte e venire da lui.
Gli chiese di assistere. Maitland accettò riponendo in tasca la penna ed il taccuino pieno di appunti.
Un casale abbandonato di campagna con vecchi muri di pietra grezza, lasciata la strada asfaltata. Una fredda giornata grigia e pungente.
La scatola metallica inverosimilmente molto anonima era al centro di una stanza spoglia e in ombra, in un odore di muffe e varechina, con i cavi che sparivano oltre una parete.
Mucchietti di intonaco scrostato negli angoli.
Il ragazzo appoggiò i propri indumenti ben piegati su una delle due sedie dopo essersi spogliato senza pudicizie.
“Affronterò il viaggio di andata e ritorno attraverso la porta in questa scatola in cui si entra nudi e accovacciati”.
Una volta sistematosi meglio chiese a Maitland di chiuderlo e di abbassare l’interruttore generale e — come gli aveva descritto — venne subito bagnato da una calda gelatina per tutto il corpo.
Questa gelatina usciva dalle papule della carne con cui era rivestito l’interno della scatola; serviva per non far scottare il viaggiatore per l’attrito dello spostamento lungo i binari del tempo.
La carne lo delimitava e lo abbracciava, stordendolo. Sudò e tremò come stesse subendo delle sconcerie e cadde in una calda stretta uterina.
Anticipatamente, mentre regolava le apparecchiature nell’altra stanza, disse a Maitland: “Funziona che non ci si porta la scatola dietro e ci si ritrova sifonati in un cunicolo di tarlo”. E poi divertito: “In teoria gli altri avvertiranno il passaggio invisibile del viaggiatore accanto a loro come un sobbalzo in un vuoto d’aria”.
Ricomparve come non fosse mai partito, ma esausto e messo per traverso, con la scatola che scricchiolò cedendo.
Ad occhi ancora chiusi sentiva versamenti fuoriuscire dal suo corpo, leso in superficie, che filtrando dalle giunture allentate e dalle guarnizioni bruciate insieme alle perdite delle pareti, macchiavano il pavimento sporco, allargandosi.
Un tanfo in fumi oleosi, come di decomposizione, mozzò il respiro di entrambi. L’apertura a tempo della scatola scattò e lui scivolò fuori a peso morto, boccheggiando senza fiato e con la bocca arida. Per breve, forti contrazioni nervose gli sbatterono il corpo e scalciò come una rana che tira le cuoia. Mancò addormentandosi sfiancato.
Al suo risveglio e tutto sommato in buone condizioni — le ferite superficiali sparpagliate sul suo corpo si erano già risanate grazie alle cure del suo spettatore — bevve cautamente un caffè caldo dalla tazza nelle mani di Maitland. Fece mente locale e si rese conto che andava già soggetto a precognizioni scoordinate.
Questo fu quello che ottenne col proprio affermarsi nella storia viaggiando nel tempo. Non esattamente precognizioni ma un tipo di dejà-vu di momenti che dovevano ancora accadere. Una familiarità con momenti futuri di cui però non riusciva a far parola, bloccato, e che non poteva fronteggiare per cambiare gli accadimenti.
Si ritenne fortunato perché c’era chi, ammalatosi di tempo, si ritrovò ad invecchiare precocemente o ad avere un’amnesia pressoché totale, per non parlare di autismo e deformazioni… ne aveva sentite tante di storie finite male.
La sua esperienza gli fece comprendere che viaggiare nel tempo significa viziare qualunque presente in una morsa di già visto e di già fatto, ritrovandosi con la propria volontà inebetita di fronte alla vita.
Il vero scopo, comprese, è di eliminare il vizio storico che ci si porta dietro per dare libertà agli accadimenti futuri, senza condizionarli in quello che è andato e non lasciamo andar via o in quello che dovrà accadere, e che questo va fatto operando nel presente. Focalizzare la profondità del presente è la vera sfida, e non si tratta di cogliere l’attimo, ma di rendersi coscienti dell’attimo sempre con maggiore sguardo dentro di esso.
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Maitland si recò in un locale scelto col potere da rabdomante del radar sessuale. Lo trovò dopo qualche ora e aveva i testicoli doloranti.
Nel locale un paio di ragazzi isterici erano seduti su sgabelli al bancone che si scambiavano acidità come due rospi stizziti che si pisciano addosso. Passò un ragazzo che indossava un berretto con la visiera calcata sugli occhi che poi passò oltre. Maitland portava una maglietta accollata ed un pantalone entrambe spiegazzati conferendogli un’aria sportivamente dimessa. Si sedette laconico e guardò fisso un punto senza profondità, sforzandosi di avere una panoramica degli avventori in un colpo solo.
Lo spirito che cercava e che poteva aiutarlo nel rendere fattibile il suo schizzo era ospitato inequivocabilmente da un uomo in preda allo sconforto all’altro capo del bancone.
Solo a guardarlo si intuivano una serie di abitudini incorreggibili che lo intaccavano come uno sciame di tarli.
Maitland mise a fuoco i tormenti dell’uomo sollevandogli la fiducia avvizzita verso il contatto umano. Il bruciore torbido dello sconforto in cui si dibatteva divenne limpido e tiepido in una silenziosa presa di controllo. La pazienza che gli passò in prestito Maitland vinse la sua inquietudine.
Timidamente alzò gli occhi e mise a fuoco Maitland e l’attimo dopo Maitland era seduto al suo fianco che spianava il foglio ingiallito e spiegazzato di tasca sul piano del bancone.
L’uomo scansando col dorso della mano il suo whisky poggiò il dito medio ingiallito e calloso da fumatore accanito a indicare una resistenza sul foglio, lo mosse e disse: “Qui manca un giunto, sennò l’intera cosa non funzionerà”. Sottolineò la frase con una nuova alzata dei suoi occhi, ingialliti dal suo fegato trasandato.
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La macchina unita all’estrema mutevolezza di Maitland — la mutevolezza maturò in capacità d’adattamento veloce quanto un batter d’occhio, maturando ulteriormente nella capacità di proiettarsi con discrezione negli affari altrui — resero i viaggi nel tempo possibili.
Il suo primo viaggio lo trascinò nella Scozia di qualche decennio fa ad indagare sulla nascita del mostro di Lochness assiepato invisibilmente in qualche fratta assieme ad un uomo che digrignava gli umidi denti gialli e che si lisciava fremente l’erezione sotto i pantaloni lisi. Quest’uomo sbavante guardava un altro uomo sporto su una balaustra naturale verso il lago, che aveva una macchina fotografica ciondolante al collo.
La violenza dello scatto sulla preda, qualche mugolio di resistenza.
La vittima cessò di mugolare di colpo, come una frattura nell’aria e chiese distante: “Ma che cos’è?”.
“È Nessie, il mio gigante!” con voce ferocemente cavernosa e prevaricatrice.
“Il gigante!? Ma io non vedo nulla” disse nel tono ellittico e innaturalmente calmo della negazione.
Il maniaco, che era pur sempre un uomo di mondo e a suo modo un signore, afferrò il giochetto che la mente della sua vittima stava facendo e così lo incoraggiò dicendo, indicando un punto vuoto nel lago: “Guarda meglio… è lì, lo vedi?”.
“Oh sì… ora lo vedo” mugolando nuovamente.
Tornato a casa con qualche ricordo che riaffiorava, non riuscendo a trattenere le smorfie ed incapace di montare una bugia credibile su due piedi disse alla moglie che lo interrogava (Maitland era sempre una presenza invisibile): “È... è che ho visto un mostro nel lago!!!”.
”Non mi prendere per scema, cosa hai combinato?”.
”No, te lo giuro”. E poi esagerando: “Ne ho preso anche un’istantanea con la mia macchina!”.
Così si chiuse nella camera oscura e montò un serpentello in alcuni sbuffi d’acqua del lago e tornò dalla moglie con la foto sfocata in mano: “Hai visto, ti dicevo la verità!!!”.
Da quel momento la sua omosessualità tornò ubbidientemente nella latenza inconfessabile della negazione.
Nessie, che colpì tante altre volte, entrò di prepotenza nell’immaginario della gente sotto stretta copertura, trasfigurando la sua natura.
Il resto è storia, la nostra storia.
Maitland pensò: questo sì che è essere dentro la storia.
Fine