domenica 1 novembre 2009

I Ragazzi Della Pelle Scolorita




Il luogotenente Darten stava emergendo dal sonno molto in anticipo quella mattina. Il suo leggero nervosismo lo seccava più di quel brusco risveglio e stava dando delle noie anche a Ella, sua moglie, che cercava di riprendere sonno accanto a lui. Lei si era girata, lo aveva guardato storto e assonnata e gli aveva detto: “dormi, vedrai, non sarà nulla”, poi si era girata di nuovo tirando la coperta.

Darten di malavoglia si vide costretto ad abbandonare il letto e si diresse in cucina. Si sedette al tavolo con la testa tra le mani rimuginando, cercando di schiarirsi le idee sfregandosele sui capelli molto corti. “Caffè” disse rivolto ad una direzione non ben precisa augurandosi che l’aver alzato la testa quel poco sarebbe bastato all’antenna della macchina del caffè per captare la sua richiesta. La macchina si mise in moto e qualche minuto dopo Darten stava sorseggiando la bevanda calda davanti alle carte sulla sua scrivania, nell’angolo studio del soggiorno.

Sarebbe stato molto difficile scegliere tra tutti i candidati presentatisi alle selezioni la persona adatta per il posto che stava per lasciare vacante. Decise di non pensarci ancora e si avviò al bagno dove si dette un’ottima pulizia personale. Si rasò il viso con maggiore cautela del solito fermandosi a fare facce strane per maggiore controllo della lametta. Generalmente procedeva a memoria, come ad occhi chiusi.

La sera prima chiudendo le tende della camera da letto aveva visto che le luci al di fuori stavano diventando fosche. La temperatura era già scesa nei giorni precedenti ed ora l’umidità si faceva sentire nelle sue articolazioni di trentaseienne. Le mani gli dolevano più del resto ed aveva speso senza successo tutto il tardo pomeriggio di ieri per negozi a cercare un paio di guanti nuovi, ma aperti sulle falangi, che gli permettessero i movimenti sulla tastiera del computer. Ora che aveva tempo da usare andò a cercare all’ingresso un paio di vecchi guanti e con le forbici da cucina tagliò via le cime delle dita.

Fece colazione e ne lasciò pronta per la moglie, chiamò un robotaxi e lasciò casa alle 6 e 30.


“Buon giorno Signor Darten. Qual è la sua destinazione?”.

La voce standard del mezzo automatico non aveva mai incontrato la sua simpatia, specie ora che era seccato, ma il luogotenente obbedì alla richiesta: “Aeroporto Price... arrivi scali nazionali... grazie”.

All’arrivo passò la sua carta di credito nella fessura dello sportello posteriore, la voce ringraziò e lui uscì. L’aria era ancora nebbiosa e più fredda di quando aveva lasciato casa.

Tirò fuori dal taschino l’orologio con noia, dando un veloce sguardo vuoto al quadrante. Sapeva già di essere in largo anticipo. I dolori alle mani non lo avevano ancora lasciato. Andò a riscaldarsi al bar interno, passati i divani di lattice della enorme sala e si sedette ad un tavolino libero non sparecchiato togliendosi i guanti. La cameriera arrivò di corsa raccogliendo le stoviglie sporche automaticamente mentre ascoltava le sue scelte: “un caffè nero in tazza grande e una tartina alle mele”. La cameriera sbilanciò il corpo per non far cadere la pila appoggiata allo stomaco e retta dalla mano sinistra, e con l’altra mano spinse tre pulsanti sul registro che teneva alla cintura. Darten passò la carta di credito nello stesso registro, strappò lo scontrino e ringraziò la ragazza. La sua seconda colazione fu servita dall’unità robotica d’ausilio.

All’ultimo sorso di caffè tirò fuori la scatola del tabacco, le spugne e le cartine, fabbricò una liscia sigaretta e si alzò per fumarla nella zona fumatori.

Controllò il tabellone degli arrivi e confrontò il codice del volo con l’appunto che teneva in tasca. L’aereo era previsto puntuale. Era da anni che Darten non vedeva il suo migliore amico d’infanzia, le loro strade avevano preso direzioni diverse. Lui si era laureato e preso un dottorato in medicina ricostruttiva, si era sposato ed era venuto a vivere in questa città. Cary era rimasto nella lontana periferia della loro città natale sull’altro versante della nazione ed era rimasto celibe. Era entrato a far parte di una comunità di matematici del caos che facevano uso di lsd per cercare di trascrivere le numerose e complesse leggi della teoria del caos su carta. La comunità non era ben vista ma tollerata visti gli interessi delle maggiori corporazioni produttrici di congegni computistici.

Darten sapeva che le aspettative di vita e di sanità mentale in quel lavoro erano molto basse e aveva cercato di persuadere Cary diverse volte di stabilizzarsi altrove, di trovare un altro lavoro e di mettere su famiglia. Sempre con scarso successo in telefonate lunghissime. Cary lamentava sempre una dipendenza maggiore agli antidepressivi ma era deciso a non mollare le sue ricerche.

Questa volta era stato proprio lui a chiamare Darten e a chiedere ospitalità. Aveva scherzato dicendo che aveva necessità di asilo politico, di doversi proprio allontanare dalla sua routine circolare.

Non era tutto. Darten aveva anche ricevuto una lettera scritta a mano in cui Cary accennava che necessitava aiuto per delle indagini che stava portando avanti parallelamente al lavoro, nel suo tempo libero, e che avrebbe condiviso la natura di queste solo con lui, e solo di persona.


Il volto di Cary era cambiato molto. Aveva perso peso e aveva lineamenti scavati. Le borse sotto gli occhi più scure. I suoi occhi azzurri con le solite pupille dilatate dalla chimica ed affamati.

Si strinsero la mano guardandosi dritto e Darten posò con calore l’altra mano sulla stretta. Si abbracciarono e non fecero parola fino a che si sedettero nello stesso bar in cui Darten aveva atteso.

“Sono felice...”.

“Sono felice anche io Stuart”.

La cameriera era già arrivata e ordinarono velocemente. “Lascia, offro io” Darten passò di nuovo la carta.

“Non è buffo Cary? Io mi sono licenziato e tu mi hai chiamato per...”.

“Come ai vecchi tempi”.

“Credevo che fosse finita, invece il tempo ha giocato con noi, una volta ancora”.

“Non eri tu che non credevi alle nostre coincidenze!?” un intimo sorriso ironico e occhi dolci.

“Era da così tanto tempo che avevo quasi dimenticato”.

Finirono le loro fette di torta alla ciliegia mugugnando di tanto in tanto un commento di apprezzamento.

“Fumi ancora?” chiese Cary.

Darten tirò fuori la sua scatola e gliela mostrò con divertita amarezza ed un altro sguardo di intima intesa.

Stettero in piedi a fumare le sigarette accanto all’alto bancone con un posacenere metallico tra loro, tardando di entrare nel merito di questa visita, e della lettera.

“Ella sarà felice di vederti”.


In casa, Cary posò la sua grande valigia morbida di fianco al divano è studiò la stanza, cercando di capire se il suo amico fosse poi cambiato con gli anni. L’arredamento era sicuramente anche secondo il gusto della moglie ma distingueva elementi noti.

Darten si era già diretto in cucina e ordinò alla macchina due caffè lunghi, attraversò il soggiorno e colse dal portacarte la lettera vaga.

“Ti ricordi la nostra vecchia passione?” disse Cary con emozione.

“Era tanto tempo fa, ed eravamo giovani”.

“Non parlo della nostra intimità... mi riferisco al nostro desiderio di viaggiare nel tempo”.

“Sì. Ci penso spesso. Specie quando sono giù”.

Cary sorrise finché Darten capì di doversi girare e leggere la sua faccia.

Il padrone di casa si diresse a raccogliere le due tazze pronte con l’entusiasmo che montava in lui, chiedendosi se fosse giustificato ancor prima di aver ascoltato altro. Pensò nuovamente alla coincidenza e alla sua voglia di dimettersi d’impulso. Porse al suo amico il caffè con placido calore e passarono molto tempo così, allentati sulle poltrone, senza emettere suono, con gli occhi pieni di speranza.


Cary si accomodò nella stanza degli ospiti. Disfece la valigia aperta sul letto tirandone fuori due libri, i suoi quaderni, le camicie a quadri, poggiando tutto sulla scrivania signorile che occupava la stanza. Ottima scrivania di legno massello. Liberò il letto e sonnecchiò per qualche ora.

Al risveglio del sonno leggero organizzò di nuovo mentalmente gli argomenti che avrebbe trattato davanti ai suoi due ospiti, stiracchiandosi sereno. Il primo problema che si sarebbe dovuto affrontare era il denaro. La sua ricerca, la loro, necessitava di fondi, e molto probabilmente ne sarebbero stati necessari ulteriori in pochi mesi. Non si poteva cercare di farla finanziare da società o enti poiché la ricerca era privata. Avrebbe mostrato a Stuart i suoi appunti, gli avrebbe raccontato come era arrivata l’idea, le sue piccole illuminazioni che avevano fatto luce sulla serie di dati caotici che da mesi intasavano la sua mente. Si rizzò a sedere sul margine del letto poggiando le mani sulle ginocchia, poi si alzò e si dette una sciacquata fredda prima di raggiungere Darten, che sedeva davanti alle sue carte in soggiorno, con due bicchieri ampi e la bottiglia di scotch già pronti.

Svitò il tappo. “Solo un dito per l’occasione”.

“Per l’occasione”.

Fecero una lunga pausa consapevole.

“Ella tornerà intorno alle cinque. Ha un lavoro fisso. Una carica stabile. Potremmo fare un salto ad una tavola calda per pranzare... e per parlare”.


“Stuart. Hai mai sentito parlare di DIY-Clone?”.

“Parli dei magazzini all’ingrosso, quelli che vendono kit per la clonazione di bestiame agli allevatori?”.

“Già. Ho tenuto uno di quei kit in casa mia. Ci ho giocato per mesi. Sono anche entrato nel suo cervello e l’ho riprogrammato”.

Queste macchine erano state costruite dopo che i bovini avevano perso la capacità di riprodursi per essere stati impigriti dai bisogni umani e dal loro maltrattamento. Le femmine avevano semplicemente smesso di fare quello che dovevano fare e con esso la produzione di latte.

“Non è un crimine smontare uno di quei kit?”.

Sapevano tutti e due che era proibito per legge intervenire su qualsiasi bio-computer, e che ogni riparazione veniva effettuata solo nelle officine di stato specializzate. Lo stato deteneva i diritti sulle catene del dna.

Il viso di Cary si fece serio ed esitò brevemente. “Ma non è questo il punto. Come ti dicevo l’ho smontato e l’ho visto dentro. Ho sostituito il gene nella sua memoria con quello umano. Non mi sono spinto oltre. Non ho innescato la vita”.

Darten ascoltava con attenzione ad occhi bassi mentre faceva un boccone di una fetta di pancetta, sapeva che doveva far terminare il racconto a Cary prima di esibire qualsiasi reazione.

“Nel kit forniscono un numero di incubatrici dove far crescere i cloni ancora nello stato embrionale. Ho modificato anche una di quelle”.

Cary smise di esporre senza dispetto, sapendo che Darten amava, ancor più della conversazione, l’avere il tempo per arrivare a trovare la strada per conto suo, unire i punti in silenzio e poi chiedere se le sue conclusioni erano le sue stesse. Questo almeno era il Darten che ricordava. Consumato il pasto, Cary raggiunse il fondo del locale, pagò, e tornò al tavolo con due tazze di caffè, e l’amico era ancora assorto e stimolato.

Stavano tornando a casa a piedi fumando. C’era vento freddo ma erano ben coperti. Le facce allegre ma leggermente spente da un tono di perplessità.

“Come credi di poterti procurare un’altra di quelle macchine senza allertare le forze dell’ordine?”.

“Non ne abbiamo bisogno. Possiamo costruire qualcosa di simile e altrettanto funzionale. Ho buttato giù qualche idea”.

Stavano girando un angolo quando Darten disse con profondità: “la tua idea è di saltare nell’incubatrice, non è vero!?”.

Nessuno dei due aggiunse altro.


La rimessa già usata come magazzino era un locale capace di contenere due automobili e gli arnesi di casa. Spostarono tutto nel capanno del giardino e parcheggiarono a spinta la vecchia macchina sulla strada. Cary disse: “Questa va aggiustata... ci servirà per esperimenti preliminari”.

Darten e moglie non facevano più uso di veicoli personali da anni e non avevano mai sentito il bisogno di far correggere quello che non andava nel motore.

Finito lo sgombro passarono finalmente alla visione degli schizzi e degli appunti di Cary, poggiati sul banco appena ripulito. I modelli disegnati contavano quelli di incubatrici con modifiche. Altre idee prevedevano la costruzione di amnios e placente e poi ancora vasche di deprivazione sensoriale di diversi tipi. Il concetto base era semplicemente di potenziare elettronicamente e magneticamente quello che in natura funzionava come contenitore utile al cambiamento repentino della gravidanza. Serviva un congegno che permettesse di regolare i tempi, la destinazione e quindi sovraesporre un uomo al campo magnetico prodotto in questo processo biologico. Se l’incubatrice poteva portare indietro nel tempo, riportando un adulto al tempo del suo essere feto, forse avrebbero trovato anche il modo di provocare un salto in avanti. In entrambe i casi abbattendo il tempo.

“Mi convince... ora servono soldi”.


Un robotaxi sostò davanti alla casa da cui scese Ella. Biondi capelli lisci, occhiali dalla montatura esile, guardava speranzosa in direzione di Cary mentre attraversava l’aiuola di prato.

“Finalmente ho il piacere di conoscere l’unico uomo con cui mio marito è andato a letto!”, sorridente.

“E io l’unica donna!”, doppiamente sorridente.

Si strinsero la mano scrutandosi negli occhi ancora meglio che dalla distanza.

Ella aggiunse alla fine: “Datemi mezz’ora e la cena sarà pronta e avremmo modo di approfondirci”.

Darten e Cary si rituffarono brevemente all’ideazione della macchina.

Darten suggerì seccamente di tentare inizialmente con l’incubatrice. La più fattibile ed economica rispetto alle altre soluzioni. “Questi primi soldi li ho io. Più avanti troveremo una soluzione per averne altri”.


Due giorni e l’automobile era tornata in vita con un’operazione a cuore aperto.

“Forza, andiamo Stuart!”.

“Dove hai intenzione di portarmi?”.

“Sali e basta. Capirai strada facendo”.

Presero la strada maestra del quartiere, poi la tangenziale, poi la superstrada in direzione qualunque. La strada doveva essere il più rettilinea possibile e il traffico scarso per far funzionare al meglio la lezione che Cary stava mettendo in scena. Una volta stabilizzatasi la velocità di crociera Cary chiese mezz’ora di silenzio... Scadde.

“Cosa provi?”.

“Riguardo a cosa?”.

“Dello stare in macchina. Del viaggiare in macchina”.

“Sono rilassato”.

“Puoi essere più specifico!?”.

Darten disattese la risposta veloce tornando a zittirsi per un’altra mezz’ora buona. Alché mise la mano sulla spalla di Cary dicendo: “Ho capito. Possiamo tornare indietro”.

Cary afferrò il doppio senso che Darten aveva utilizzato e imboccò la prima uscita per invertire il senso di marcia.


“L’automobile in moto innesca due forze opposte su corpo e mente. Sostanzialmente è una gabbia che accoglie i passeggeri. L’ideale impenetrabilità ed impermeabilità che caratterizzano l’abitacolo ricordano una sacca amniotica. Queste somiglianze provocano l’andare indietro nel tempo... facci caso: ricordi, nostalgie, intimità.

“Che corra su quattro ruote gli permette di andare in avanti nello spazio a grande velocità. Così abbiamo indietro nel tempo e avanti nello spazio. Non molto dissimile da un’incubatrice in moto... Questo è come sono riuscito a intuire che questo fenomeno è da esagerare e che avrei dovuto continuare su questa strada.

“Ci serve di montare un’incubatrice racchiusa in una in una vasca piena d’acqua. Le acque attutiranno l’esterno e isoleranno il viaggiatore. Quindi una capsula racchiusa in una cisterna piena d’acqua... il corpo deve rimanere all’asciutto”.


Arrivati davanti casa e smontati, uno strano sibilo acuto nella testa dice loro delle cose che li blocca. Riconoscono che è telepatia: è la grande Madre che li chiama indietro. Darten e Cary sono obbligati ad abbandonare la scena e devono far di tutto per raggiungere la comunità dei Ragazzi della Pelle Scolorita. La loro ora è arrivata:



Imbolsiti e decadenti, stolti, debolmente dissennati, inorridenti, labili, scipiti, incapaci di riscattarsi, di crescere e di vedere con i propri occhi — è questa la comunità della pelle scolorita — e sono tra noi —

La linfa di alberi raccolta come pasta biologica versata in stampi e lasciata indurire — lo stomaco formato — i ragazzi copia ringhiano e ululano per la loro stessa nascita con il vento che urla parole precisamente dette provocando effetti di certo voluti — sussurrante battito del cuore — sentirsi a disagio — foschia mattutina, mattina fosca, luce azzurra — corpi con carne lattiginosa e di rosa albino che crescono su ossa tenere flessibili imbozzolati sugli alberi — il nido ha bozzoli e placente abitativi — il tempo si ferma, la carne si sbiadisce poco a poco, il pulsare del cuore rallenta pulsando insieme al respiro — il ragazzo foglia rosa che introduce è trasparente come una foglia attraversata dalla luce — guarda remissivo ed acquido per trascinarti dentro —

Contorsione di occhi rosa verdi viola rossi oro quelli verdi ad esempio di un verde tenue e limpido di colore pieno senza sfumature e pupille liquide e nere come petrolio vivo — il tutto stropicciato e invecchiato ma senza tempo, loro in abiti confortevoli tenuti insieme da stringhe — i ragazzi si accumulano insieme in convivi notturni di linfa — vedono crescere la vita che procede senza soste — calore soffice, sagomato — l’essenza della linfa dell’albero madre — le celle sono sostenute unicamente da corde di carne che sono progressiva evoluzione raffinata su un legno molto duro — spazio che procede esponenzialmente — tutti sono coinvolti nella crescita, vite pluridecennali mischiate ad impurità, la loro umanità ridotta — comunicano a gesti — convenienti strani cambiamenti — un sistema organico di bozzoli e placente adibiti a locali che contengono fino a nove ragazzi — i ragazzi raccolgono velocemente qualsiasi lingua parlata e tutto quello di cui hanno bisogno alla fine sono gesti e sguardi e vibrazioni che emettono e trasmettono — ogni nuovo compagno che si unisce viene spogliato di parola e proprio stile e metabolizzato nella comunità con cerimonie in cui si riduce il suo respiro al ritmo verde — ogni gemito incancrenito all’interno della gola della sua vita prima di qui e fastidi pruriginosi come parole non dette vengono ridotti a pace e continuità energetica — le iridi prima illeggibili divengono dischi colorati con tracce che sono messaggi di riconoscimento e rango occupato nel villaggio — i ragazzi foglia e i ragazzi feto con paramenti di una bellezza abbacinante e ammantati di tetro formalismo alla fine della cerimonia con frutti sbucciati, le stesse bucce, bacche e steli di erbe, pigne vengono cosparsi sul suo corpo supino e nudo — gli altri ragazzi accendono i loro occhi e la luce rosa rossa viola verde gialla accende la membrana del locale cerimoniale — nell’aria spessa, pesantemente ipnotica, ha il suo ultimo orgasmo e rimane vuoto — spruzza fuori a lungo — pronuncia insistenti mugolii oziosi con sottile respiro catarroso — steso in languida immobilità nell’involucro di sottile membrana verde diafana — la mente madre lo corrompe, lo pervade, lo domina — esce snello, lento e rosa assaporando la nuova aria: non è come perdere la nozione del tempo, piuttosto è tempo allo stato puro — il tempo chiaro e penetrante —

L’unica cosa è che di legge non hanno bisogno perché non c’è niente da ordinare — è semplicemente impossibile data la loro struttura — tutto alla fine si reinserisce, si riimmette in circolo obbligato ma non spiacevole — ragazzi germoglio e ragazzi feto aspettano con la luna il ritorno alla normalità — è difficile e diverso —

I rapporti intimi sono mutualismi privi di contatto fisico rintanandosi nei bozzoli o placente più esterni — esercizi che servono a riconfigurare energicamente le zone limitrofe oltrepassato il raggio della telepatia della comunità emesso dalla madre — ogni angolo morto di spazio che non si riesce a riconfigurare rimane inabitabile e viene isolato rigido e fermo —

La mente centrale è il punto di riferimento — impedisce telepaticamente l’allontanamento di ogni ragazzo — nulla può ridurne il raggio di portata — il cervello centrale della mente madre è una creatura muta fatta di sostanze di occhio il bianco vitreo e iridato confusamente opalescente e iridescente — è una creatura morbida priva di forma, bulbosa e attraente, fatta di malvagi occhi sognanti dalla meschina telepatia suadente — occhi intensi che tutti hanno voglia di guardare; non offrono la realtà di uno sguardo diretto ma l’illusione di un sogno rasserenante —

Tutto è portato avanti con l’utilizzo delle placente e dei bozzoli e con l’alternare il salto prima nell’una poi nell’altro come bagni in acqua calda fredda calda nello svolgere le azioni normali della giornata — è una maniera per crescere e maturare e per allenarsi al viaggio nel tempo — temperare la mente e temprare il corpo da schemi mentali e comportamentali in precedenza sviluppati — cadetti di una nuova razza che trasmigrerà in una nuova terra lontana nel tempo — come abituare il corpo a repentine inversioni di marcia e allo stimolo della crescita — ogni notte sudano come avessero la febbre — il tanto caldo li fa stare tutti nudi dentro ma nessuno ci fa caso — le occasionali erezioni sono snobbate come fastidi passeggeri privi di importanza all’obiettivo finale — la coltivazione delle capacità psichiche è molto più eccitante di qualsiasi forma — hanno movimenti esigui senza sprechi — e persino l’alimentazione è tollerata con fastidio e viene progressivamente ridotta all’assunzione di linfa colata dall’albero su cui si trova la mente madre — ipoteticamente lo stomaco si atrofizza e si svuota degli acidi — questa linfa è d’immediata assimilazione predigerita dalla mente madre —

È proibito scrivere o segnare simboli perché una volta che il viaggio sarà compiuto non dovranno rimanere tracce di linguaggio di nessuna specie — quello che rimarrà sarà solo uno sguardo sospeso nell’aria incorporeo, di spazio collassato — in una società al suo termine biologico i ragazzi che raggiungono per essere annessi a questa comunità vengono scozzati e strofinati, il loro corpo, e messi davanti alla presenza della mente madre e giudicati — un seme da ingoiare sviluppa una membrana che crescerà fino ad essere placenta o bozzolo poi espulso — il prodotto viene dispiegato e fermato con tiranti di carne dai ragazzi copia — i legacci temporali vengono allentati di quel tanto che possa permettere spazio per la rincorsa e ottenere spinta al viaggio nel tempo — salgono e scendono dalle celle con invidiabile noncuranza, a fare lancio — il tempo è dilatato e una finestra è aperta —

L’aria è secca e calda e nelle celle è umida e calda — fuori calda immobile e opprimente come prima di un terremoto, dentro un caldo che smuove ed accelera come in metamorfosi — una situazione ad alto rischio di infezioni e massicce setticemie anche per un solo piccolo graffio — ma la telepatia della madre tiene tutti i batteri e i virus fuori dal posto — l’albero madre è alto quaranta metri e ha rami solidissimi di legno pregiato — le radici che si estendono per cento metri circa danno origine ad altri tronchi di dimensioni minori ma con rami similmente robusti — l’unico accesso dal suolo è una fune con due nodi che viene calata —

I ragazzi sono chiamati fino a qui dalla viscida seduzione telepatica, un’influenza perniciosa che li trascina in un vorace circolo vizioso da parte della madre che ha bisogno di continuare a vivere — in qualche tempo e in qualche luogo — perché oramai nel tempo presente le cose si sono messe male — per lei e i suoi figli — alcuni dei quali vengono chiamati fino a qui per preparare il lancio — congedati dalla vita, dal danno che è stato fatto — ora la madre gestisce le loro vite che riutilizzerà poi — i ragazzi copia che fiancheggiano gli altri ragazzi sono formati per eseguire operazioni tecniche e sono scampoli della mente madre — il raggio della sua telepatia finiva in/con una barriera tenera — finalmente il suo logorante e potente stillicidio di controllo mentale mediante un lavaggio mentale costante e perpetuo che ha origine nella notte dei tempi ha finito per avere effetto facendo presa — mutismo indotto nella loro comunità simultaneista — atemporalità asservita all’inganno —

Come per un metallo che bisogna liquefare per renderlo trattabile così il tempo ha bisogno di essere smosso nei due sensi prima di poterlo manipolare — perché sì può essere duttile e malleabile in molte maniere — ma per ottenere esattamente quello che si vuole bisogna liquefarlo cioè sfibrarlo con i salti nelle celle — i ragazzi e il villaggio diventano sfocati e poi invisibili quando il loro tempo diviene smosso occultandosi con il tremolio di una giornata particolarmente afosa, vivendo di fatto in una colossale menzogna —

La mente madre è anche fonte del tempo distorto che piega le menti e sovraccarica — anomalo complesso — ricorda la nebbia calda, la fonte del tempo — sogni ricorrenti fiancheggiano la veglia — in stato di sogno internamente — per la malattia del tempo bisogna scappare dal tempo di oggi — nebbia sul terreno — tempo malato che necessita di correzioni per riprendere il proprio corretto corso — per dirla tutta è invertito — la nobile lungimiranza è persa e la semplice previdenza non è possibile — viziosi atterriti —

Il concetto base era semplicemente di potenziare energicamente e magneticamente tutto quello che in natura funziona come contenitore utile al cambiamento repentino, come in metamorfosi — serviva di regolare i tempi, la destinazione e quindi sovraesporre un uomo ai campi magnetici prodotti in questi processi biologici — se la placenta poteva portare indietro nel tempo riportando un adulto al tempo del suo essere feto, il bozzolo avrebbe provocato un salto in avanti — in entrambe i casi abbattendo i tempi della normale crescita — nella costrizione degli involucri i tempi biologici sembravano accelerati, sospendendo il corso consueto del tempo — non contavano sul fatto di riuscire, realizzare delle macchine temporali — non erano scettici, tanto meno prevenuti — ma c’è sempre qualcosa — pensavano — che non è chiaro e che non torna nei resoconti di viaggi nel tempo, nel viaggio in sé e nella tecnologia che lo permette — e oltretutto non hanno scoperto il principio fisico che ne è alla base — hanno solo messo insieme due macchine che utilizzano quel principio grazie alle indicazioni della mente madre e riescono a farle funzionare alla maniera che gli si dice, o quasi, con la stessa sensazione che si ha quando si mette alla prova la legge di gravità lasciando cadere a terra un sasso — è solo ovvio e banale — e una formula scritta non cambierebbe le cose — le celle sono in realtà macchine del tempo — nel bozzolo maturano se stessi in forme adulte, nella placenta tornano ad essere feto — le placente li metamorfosa in feti, i bozzoli li metamorfizza in adulti — avanti e indietro continuativamente, divaricando il tempo —

I ragazzi della pelle scolorita sfumano nel tempo — una protezione avvolge i ragazzi — hanno occhi clinici e avidi che pulsano alibi per le loro azioni — fusi nella collettività sono organizzati per affinità e cronologia — hanno corpi poveri — vivono nel torpore semi-vegetativo e tra strofinii molli — piantano in asso il resto vinti dall’orgiastica comunione mentale — acquiescenti al volere della mente madre — ordine imposto cui non c’è possibilità di ribellione —

Aria densa in strati — ragazzi schivi e mesti dacché svanenti nel tempo, e oltremodo gentili, dei sobillatori — è un processo lento e cumulativo — l’uomo di fatto non sta evolvendo, sta tornando indietro — la loro è una stasi con un’ampiezza, in cui potersi muovere — nessuno ha idea di smontare l’intera macchina poiché ognuno è parte integrante di essa e il suo meccanismo interno è tabù e non ci si deve mettere mano — non ci sono ripensamenti e i loro comportamenti aggressivi sono smorzati — è visto come paradosso spazio-temporale, una svolta entropica malvista — mimetizzarsi con il tempo al suo interno — bracci maggiori e bracci minori degli alberi sorreggono le celle — le linee d’espressione dei loro volti rimangono inutilizzate e si muovono solo per meccanismi corporei — questa cosa non deve accadere — mostrare la propria teoria — per entrare nel campo si attraversa un’onda d’urto mentale — una volta che il tempo è esaurito si spostano; lo chiamano il lasso di tempo — i ragazzi sono spostati di mente — qui sono come ubbidienti e disciplinati — ben presto le gonadi diventano come inservibili — è come se la vita scattasse in automatico — l’esterno coriaceo e spinato delle celle — carne con trasparenza di una profondità autoptica — perdita della libido — i ragazzi della pelle scolorita tutti passano all’altro versante tronfi di un’auto-stima che attanaglia la mente.




Fine