lunedì 2 novembre 2009

In Montagna




È una camminata di due ore in salita sul versante interno alla valle lungo un sentiero con segnali e alcune rocce sistemate a formare gradini. A volte delle anse sono tagliate da ripide scorciatoie impraticabili con l’acqua. La radura artificiale è sistemata come un giardino spontaneo ma si vede la mano dell’uomo e piccoli alberi dalle foglie rosse, ceppi e poi delle panche di mezzi tronchi su sostegni. Le poche case in pietra grigia locale lungo il sentiero ad y. Al centro della y è dove si suona il corno il cui verso allerta riunioni, pause, pasti. Non hanno il fienile ma simile al suo posto un essiccatoio per castagne costantemente alimentato da braci deboli; ne fanno un’ottima farina che viene venduta in paese a valle ad un buon prezzo. Accanto agli orti stagionali pieni adesso di cavoli e patate c’è una modesta vasca natatoria di acqua sorgiva sempre nuova.

La porta cigola nel nitido silenzio montano. Sistemo il sacco a pelo in una stanza al primo piano: finestre rotte, candele usate, accogliente per chi resta poco; il lusso, o almeno i lussi che si possono avere qui, è in stanze che si trovano sopra la cucina che è anche dove si mangia e si sta insieme, per via del camino. Mensole storte con libri consumati e umidi.


Io mi sveglio in un istante; sono già lucido nell’istante in cui apro gli occhi quando il sole non è ancora sorto. Esco sul sentiero fatto a metà di ciottoli ghiacciati con il cielo che da una parte è nero, almeno del nero che riesce ad essere un cielo alla notte senza luna, e dall’altra ad est è di profondo blu magnetico — il colore della cura. Guardo le stelle: è curioso come si legga il futuro nel passato delle stelle... quello che vediamo nel cielo di notte è accaduto anni luce fa e non tutto nel medesimo momento.

Aria fredda, gelida. Sento con orecchie affinate le acque che corrono scivolando.

L’uomo del fuoco nelle sue braghe nere di cenere inginocchiato davanti al camino che sistema la nuova legna. Mi riempio e bevo mezzo bicchiere d’acqua. Non mi rivolge parola. So che è da dieci anni che si occupa del fuoco. Mi accorgo che è davvero il suo mestiere e non sta bene disturbare; seguo i suoi movimenti lenti, limpidi e caldi, dandomi sempre le spalle. Acceso il fuoco si arrotola una sigaretta, con un ramoscello raccoglie una fiamma per accenderla e la fuma.

Quello per cui sono qui non ha un corrispondente in parole così non faccio domande e per quanto possibile evito di ascoltarne e non mi tengo alla portata.

In montagna ci sono zone franche per un telepata, a differenza qualsiasi comunità rappresenta un diverso nodo psichico rumoroso e variamente problematico.

Qui ci sono le condizioni cristalline adatte per le mie magie percettive anche se non c’è la neve; altrove stanno svanendo irrimediabilmente... il caldo, il fuoco e lo zolfo invadono gli orizzonti, stringendo in una morsa eroticamente maligna lo spirito dell’uomo.

So cosa è la telepatia e non occorre che mi venga detto come farla sorgere e non mi serve che mi venga dimostrato come utilizzarla perché a volte la mia chiarezza mentale penetrante mi riesce di modularla in una seconda vista come lo schiarirsi del cielo che accade alle volte da un cielo plumbeo, e questo è quanto. Con queste condizioni mi riesce anche di uscire fuori dal corpo senza ostacoli. Fino ad ora, le volte che ero riuscito, essere lì dove ero realmente senza corpo era stato ancora qualcosa di misteriosamente intollerabile.

Neanche le pregevoli droghe di montagna di cui potrei andare in cerca sulle vette al nord, dove queste sostanze vivono, possono rispondere alle mie domande senza parole.

Al pomeriggio finito il lavoro prendono decisioni seduti in cerchio per alzata di mano ma io non partecipo e non intervengo perché preferisco i sistemi di gerarchia spirituale naturalmente ordinata, amo pensare, so, che esistono persone più sagge e meno sagge e con più o meno meriti, e la democrazia che mette ogni uomo al pari di ogni altro senza fare distinzioni esiste solo dove c’è sfiducia e mancanza di saggezza. E paura. E invidia. La democrazia indirizzata male, gestita male, porta al capitalismo che divora l’umanità da dentro dalle persone: la scala meritocratica scavalcata dalla piramide monetaria tirata su dall’egoismo.

Penso che potrei fermarmi qui come sensitivo per aiutare, ma è solo passeggero. E sono per niente cerimonioso alle loro feste pagane.

Non faccio domande alla terra e neanche al fuoco e neppure al vento, né all’acqua, come in genere si conviene. Scivolo naturalmente nell’anonimato e mi riesce di stare sempre per conto mio e poi la risposta arriva ma nella lingua in cui parlo io non si chiama neanche risposta, è più una presenza, come un senno di tanto tempo fa, stanco ma vivido, che mi mostra come la personalità è solo una sovrimpressione sulla mente che è bianca, luminosa e senza forma. Detto questo credo anche fermamente in una geografia collettiva della psiche.



È pratica comune ritenere solo le notizie accomodanti. Quelle che potrebbero veramente sortire un cambiamento sono eluse con tecniche che vengono perlopiù definite intelligenza. Non parlo di notizie rivoltanti come la classica testa mozzata, ma ad esempio la natura ultima della sofferenza e dei piaceri e l’interconnessione di ogni fenomeno. L’intelligenza è una bestia abominevole che acceca gli uomini; la cosa che veramente serve è la saggezza che si ottiene osservando un comportamento virtuoso. Molto spesso l’intelligenza sorge per riscrivere la realtà laddove non la si accetta o non la si capisce o la si vuole distorcere. Maestose concettualizzazioni, e poi via con gli aggettivi più deliranti, licenziosi, teneri, drammatici e quant’altro. Così l’intelligenza è solo un tappeto rosso elitario, altezzoso, pomposo, spocchioso, che non sottende per forza una logica, di una violenza inaudita sulle menti di coloro che ne dipendono, che guida verso le derive psichiche, lì dove nessun uomo è mai giunto prima, di chiaro manifesto anarcoide e dove molti alla fine decidono di non volersi arrischiare, bruciati da febbre cerebrale. La parola è Verbo e la logorrea verbale su carta con una struttura non è saggezza.




Fine